Alle elezioni di domenica 28 aprile in Catalogna si giocava una partita diversa da quella spagnola. La sinistra repubblicana (Erc) si è confermata prima forza della regione e partito principale del fronte indipendentista. Sono andati bene anche i socialisti catalani di Miquel Iceta che hanno indebolito l’emanazione locale di Podemos, En Comú-Podem. I “comuns” ora rischiano di non vedere rieletta l’alcaldessa Ada Colau, sindaca di Barcellona.

Successo di ERC. Per i repubblicani è il miglior risultato della storia. Sono la prima forza in Catalogna con 15 deputati (+6 rispetto al 2016). Per Gabriel Rufían, volto noto della pattuglia repubblicana al Parlamento di Madrid, è forte il rischio che il partito Socialista possa allearsi con Ciudadanos. Avvezzo alle provocazioni, ha rivolto un appello: «Chiedo a Pedro Sánchez di non tradire i suoi elettori e di non scendere a patti con l’Ibex 35 (indice della borsa spagnola), l’arancia meccanica (di Ciudadanos) o la marca generica del partito Popolare». Il leader Oriol Junqueras, incarcerato da novembre 2017 per il referendum del primo ottobre ed eletto deputato, sarebbe disposto ad astenersi nel caso i socialisti dovessero cercare di formare un governo con Unidas Podemos.

Carles Puigdemont appare su un maxischermo in diretta da Bruxelles

Junts per Catalunya e Puidgemont. La formazione erede di Convergenza e Unione (la principale forza del centrodestra catalanista, poi indipendentista) perde il primato di cui aveva sempre goduto. Adesso è solo la terza forza catalana, con 7 seggi. E i repubblicani ora potrebbero sottrarre loro lo scettro di capofila dell’indipendentismo. L’ex presidente della Generalitat Carles Puidgemont puntava a recuperare questo distacco entro la fine di maggio, convinto di ottenere risultati significativi alle elezioni europee per dare così nuovo impulso al procés. Nella giornata del 29 aprile però la Giunta elettorale centrale lo ha dichiarato incandidabile, per essersi sottratto alla giustizia spagnola. Puigdemont infatti si è autoesiliato in Belgio dalla fine del 2017, e se tornasse in Spagna verrebbe arrestato per essere sottoposto a processo per ribellione e malversazione per il referendum del primo ottobre 2017, a cui seguì la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 20 ottobre (immediatamente sospesa).

PP, C’s e Vox. Il partito Popolare in Catalogna è quasi scomparso. Cayenata Álvarez de Toledo è l’unica deputata rimasta, dei 6 eletti nel 2016. La leader di Ciudadanos in Catalogna, Inés Arrimadas, pur avendo ottenuto 75mila voti in più della precedente tornata è dovuta accontentarsi dei 5 deputati di cui già disponeva. Vox debutta a Barcellona vincendo un solo seggio, ma passa dai 198 voti del 2016 ai 147mila di domenica 28 aprile.

L’alcaldessa di Barcellona Ada Colau al seggio il giorno delle elezioni

Le comunali di Barcellona. I socialisti catalani si sono aggiudicati il primo posto in cinque dei dieci distretti della città di Barcellona, con 350mila voti e 5 seggi. Tornano così a essere competitivi per la sfida delle comunali con il loro capogruppo in consiglio comunale, Jaume Collboni, che aveva già tentato la corsa nel 2016. Mettono a rischio così la rielezione di Ada Colau a sindaco. Secondo il candidato di En Comú-Podem Jaume Asens, risultato non eletto, «i socialisti hanno capitalizzato il voto della paura». Colau che ha amministrato la città in minoranza con il supporto esterno di altre forze, soffre anche l’avanzata dei repubblicani. Che hanno candidato Ernest Maragall, socialista di lungo corso passato tra le fila di Erc l’anno scorso, dopo aver fatto parte del governo della Generalitat retta da Quim Torra. Al momento l’ipotesi è che i repubblicani possano ottenere la maggioranza in consiglio comunale, ma manca ancora un mese. Colau e Maragall dovranno inoltre vedersela con il candidato di Ciudadanos, l’ex primo ministro francese Manuel Valls.

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