Il blocco di destra in Spagna sta benissimo. Forse è il partito Popolare che sta implodendo. Quando Mariano Rajoy fu eletto per la prima volta, il Pp totalizzava da solo quasi 11 milioni di voti. Domenica 28 aprile ne ha raccolti meno della metà (4 milioni 356mila circa). Cosa è successo nel frattempo? È finito il bipartitismo spagnolo nel 2015, la questione catalana ha raggiunto il culmine nel 2017 e da quest’anno è finito il bipartitismo nel centrodestra, che ha risentito del sistema elettorale.

La destra spagnola negli ultimi dieci anni non ha perso molti voti. Se pensiamo al Pp, Ciudadanos e Vox come parte di uno stesso continuum, possiamo dire che sommati si aggirano attorno agli 11 milioni e 170mila voti. Alle elezioni del 2011 (quelle di Rajoy) il Pp da solo raggiungeva quei numeri, e il restante milione andava a Unión, Progreso y Democracia (UPyd), l’ormai defunta formazione di centrodestra liberale di cui faceva parte anche il filosofo Fernando Savater, conosciuto in Italia soprattutto per il libro Etica per un figlio. Il voto del 2015 ha prodotto l’esordio nazionale di Ciudadanos (C’s), fino ad allora un partito liberale europeista, nato in Catalogna in seno all’anti-indipendentismo. Gli arancioni di Albert Rivera hanno preso il posto di Upyd, erodendo anche il voto popolare. Il sorpasso sperato da Rivera non c’è ancora stato, ma potrebbe essere questione di tempo.

L’ex premier Rajoy è sempre stato premiato dalla sua linea attendista. Non ha mai preso di petto le questioni che si paravano di fronte al suo governo, su tutte il Procés, noto fuori dai confini catalani semplicemente come questione catalana. Tra il 2012 e il 2017 le forze indipendentiste hanno avviato un’escalation di tensioni con il governo di Madrid che hanno portato alla fine di ogni dialogo con il govern di Barcellona. Rajoy ha preferito sfruttare la via giudiziaria, usando un grande dispiegamento di polizia per prevenire lo svolgimento del referendum sull’indipendenza del primo ottobre (1-O in Spagna), già sconfessato e ritenuto privo di ogni valore legale. Il culmine della vicenda è stato raggiunto con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che ha commissariato la Catalogna portandola a nuove elezioni nel dicembre 2017. Ad affermarsi come prima forza non indipendentista del parlament catalano, Ciudadanos, che nella figura della leader regionale Inés Arrimadas ha condotto un’aspra campagna contro il procés, cannibalizzando quasi del tutto i popolari catalani, ormai afoni.

Nel 2018 il proverbiale attendismo di Rajoy non l’ha protetto dall’ondata di scandali che ha travolto il partito Popolare, come il “caso Gürtel”: una rete di imprese spagnole ottenevano contratti e appalti tramite una rete di tangenti pagate ai funzionari del partito Popolare, nei territori da esso amministrati. Il denaro serviva poi a finanziare le attività dello stesso Pp. La mozione di sfiducia costruttiva proposta a giugno dal leader del partito Socialista Pedro Sánchez, inedito assoluto nella storia democratica spagnola, ha ottenuto dunque i voti necessari a rimuovere dall’incarico Rajoy.

Nella giornata del 30 aprile il governatore della Galizia, Alberto Núñez Feijóo, ha chiesto a Pablo Casado di cambiare rotta: «È il momento di allargare il partito. Quando lo abbiamo aperto a tutti abbiamo vinto e quando ci siamo rinchiusi purtroppo non l’abbiamo fatto. Il partito Popolare dev’essere ciò che è sempre stato: un punto d’incontro tra molte sensibilità differenti». Deputato di Ávila, 38 anni, Pablo Casado è il campione del conservatorismo che ha vinto le prime e finora uniche primarie del Pp, facendo compiere al partito una decisa virata a destra, nel tentativo di arginare la crescita di Ciudadanos e Vox. Scelta che non ha pagato alle urne. Pur avendo ammesso la sconfitta, Casado non ha intenzione di lasciare la guida del partito e anzi accusa Vox di aver frammentato l’elettorato di centrodestra.

Secondo un’analisi proposta dal quotidiano El País, le ragioni principali sono da riscontrarsi tra l’allontanamento dal centro iniziato già tre anni fa, nella frammentazione a tre e per la polarizzazione del dibattito politico. Il Pp e Ciudadanos hanno si sono spostati a destra nel tentativo di arginare il risultato di Vox, moltiplicando un’offerta politica simile e lasciando scoperto il centro, occupato con più successo dal partito Socialista. Inoltre la legge elettorale spagnola penalizza le piccole formazioni, che rischiano di non ottenere seggi in una circoscrizione pur a fronte di un buon risultato: la somma dei voti di Pp, Ciudadanos e Vox in alcuni casi non ha portato all’elezione di deputati nonostante fossero maggioritari. Per esempio a Cuenca, dove il Psoe ha ottenuto 2 seggi su 3 con 42mila voti, lasciando un solo seggio al Pp con 32mila preferenze (sommando i voti di destra si contavano infatti 65mila voti).

Per chiudere, una piccola chicca. Prima delle elezioni il povero Casado si è scagliato contro il CIS, il principale istituto di sondaggi spagnolo: «Secondo il CIS il PSOE doppia il Partito Popolare… è la moltiplicazione dei pani e dei pesci!» E invece.

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